Effettuazione dei prelievi ematici presso il domicilio

Sentenza del Consiglio di Stato sulla effettuazione dei prelievi ematici presso il domicilio da parte degli infermieri libero professionisti non dipendenti o collaboratori di un laboratorio.

prelievo

La Sezione Terza del Consiglio di Stato ha emesso in data 28 Giugno 2016 una sentenza di non trascurabile rilevanza sulla possibilità di effettuare prelievi ematici a domicilio anche da parte di infermieri liberi professionisti che non siano dipendenti o collaboratori di un laboratorio. Nel merito la questione in oggetto trovava la sua causa nella scelta della Azienda Ospedaliera “Ospedale Maggiore” di Crema che, attraverso l’applicazione di una serie di atti deliberativi della giunta regionale Lombarda risalenti al 2001, prevedeva di riservare l’attività di prelievo a domicilio unicamente e soggetti autorizzati ad erogare servizi di medicina e laboratorio ASL o SMEL. Al fine di dare concreta applicazione a tale principio, l’azienda aveva provveduto a stipulare “una serie di accordi di collaborazione con vari soggetti operanti sul territorio, previamente accreditati presso le ASL della provincia, escludendo che la prestazione possa essere resa da infermieri libero professionisti, ancorchè iscritti all’albo, ma non aderenti ad una delle dette istituzioni”. Il Tar della Regione Lombardia sezione III giudicava la questione, con sentenza n. 1163 del 14 maggio 2015, inammissibile. In tale grado di giudizio i ricorrenti invocavano a fondamento dell’illegittimità di quanto applicato dall’Azienda, il contenuto del decreto legge n. 138 del 13 agosto 2011, convertito in legge n. 148/2011 riguardante le liberalizzazioni delle attività economiche e delle professioni ed in particolare i principi di libera concorrenza e libero mercato. Da parte sua la Regione Lombardia asseriva invece che la mera attività di prelievo in sé non è da considerarsi una prestazione sanitaria e che essa non poteva essere permessa in maniera disgiunta dai laboratori i quali si assumono in toto la responsabilità dell’intero processo concernente la prestazione sanitaria dell’esame diagnostico. Il Consiglio di Stato ha invece non solo dichiarato ammissibile il ricorso ma, nel merito, ha anche riconosciuto alcuni importanti principi. In particolare i giudici affermano che “anche prescindendo dalle misure di massima liberalizzazione introdotte con l’art. 3 del D.L n. 138 del 13/08/2011, convertito in legge n. 148 del 14/09/2011, e tenendo conto del solo principio costituzionale di cui all’art. 41 in tema di libertà di esercizio dell’attività economica…(omissis)… si ritiene che l’esercizio della libera professione infermieristica, svolta da soggetti in possesso di idoneo titolo di studio e di iscrizione all’albo professionale, non possa subire discriminazioni ingiustificate”. I giudici amministrativi nelle motivazioni della sentenza richiamano anche il D.M 14 settembre 1994 n. 739 adottato ai sensi dell’articolo 6 comma 3 del Dlgs 30 dicembre 1992 n. 502. Ai sensi dell’articolo 1 di detta disposizione normativa “l’infermiere, in possesso del prescritto titolo di formazione e dell’iscrizione all’albo è, secondo il regolamento, responsabile dell’assistenza generale infermieristica e svolge la sua attività professionale in strutture sanitarie pubbliche o private, nel territorio e nell’assistenza domiciliare, in regime di dipendenza o libero professionale”. Il Consiglio prosegue affermando che “stante il tenore di tale disposizione, applicabile su tutto il territorio nazionale, l’infermiere libero professionista può prestare la propria attività assistenziale anche a domicilio senza necessità di essere dipendente o collaboratore di un laboratorio”. Pertanto la scelta dell’Azienda per i giudici comporta una “immotivata discriminazione ai danni degli infermieri libero professionisti, causando una irragionevole restrizione della concorrenza nel settore e limitando ingiustificatamente l’accesso al mercato di operatori pienamente legittimati dalla normativa di settore, senza che ricorra alcuna causa eccezionale che giustifichi tale restrizione”. Neanche l’interesse pubblico ad una più elevata tutela della salute può essere addotta a motivazione di tale restrizione, in quanto nella sentenza si ricorda che “tale fine è adeguatamente tutelato dalla disciplina di settore, che prevede una formazione a livello universitario, e dalle varie forme di categorie, adottate anche dall’Ente rappresentativo nazionale cui aderiscono i Collegi….(omissis)…..quali il codice deontologico…” I giudici amministrativi affermano poi nelle motivazioni che “l’Azienda avrebbe potuto, tutt’al più imporre particolari oneri e cautele di tipo tecnico operative ai propri operatori – collaboratori o indire con avviso pubblico una selezione dei contraenti, ma non escludere, in via assoluta e generalizzata la categoria degli infermieri libero professionisti dagli accordi di collaborazione.” Il contenuto di tale sentenza risulta dunque chiaro nell’escludere che si possa precludere, tramite atti normativi o deliberativi, la possibilità agli infermieri liberi professionisti non dipendenti o collaboratori di un laboratorio di effettuare prelievi presso il domicilio dei pazienti. Occorre rimarcare che i principi espressi in tale dispositivo, pur esplicando la loro forza solo tra le parti in causa, creano un importante precedente giurisprudenziale rispetto alle future decisioni che si dovessero avere in merito a controversie aventi lo stesso oggetto. Anche all’interno della Regione Toscana, a livello di Aziende Sanitarie Pubbliche, (così come già riscontrato da questo Collegio a seguito di interpello giunto dagli iscritti), esistono atti deliberativi, aventi il medesimo contenuto restrittivo nei confronti degli infermieri. Questa pronuncia apre, senza dubbio, in caso di ricorso giurisdizionale, nuovi scenari sulla validità di tali provvedimenti, tutelando diritti legalmente e costituzionalmente garantiti.

Tags: sentenza, libera professione